Khöömei Tuvano: Storia e Tecniche

Khöömei Tuvano: Storia, Filosofia e Tecniche del Canto Difonico Tradizionale di Tuva Lo Khoomei Tuvano è ciò che mi ha...
khoomei Tuvano

Khöömei Tuvano: Storia, Filosofia e Tecniche del Canto Difonico Tradizionale di Tuva

Lo Khoomei Tuvano è ciò che mi ha maggiormente appassionato in questi anni, nei miei studi e nelle ricerche sul canto difonico, guidandomi nella creazione di buona parte del mio Metodo4L. Dal 2015 ne approfondisco lo studio attraverso ascolti, incontri e lezioni con i cantori tuvani, documentandomi tra ricerche scientifiche e libri. Il momento più significativo di questo percorso è arrivato nel febbraio 2026, dopo un incontro con l’Alash Ensemble: da quell’esperienza ho avuto la conferma di aver appreso correttamente le basi tecniche dello khoomei Tuvano, e ho compreso perché, spesso, chi non è di origine tuvana fatica così tanto nel comprendere e praticare questa forma d’arte.

Cos’è il canto Khoomei Tuvano

Il canto khoomei Tuvano cuore della tradizione tuvana, è l’espressione più emblematica della cultura di Tuva. Nato tra i pastori nomadi della Siberia meridionale, questo stile vocale permette al cantante di produrre simultaneamente due o tre suoni distinti: una nota fondamentale dal timbro gutturale, degli ipertoni armonici che ondeggiano in modo melodico e, talvolta, un terzo suono sub-armonico, prodotto dalle false corde vocali oppure dalla vibrazione spontanea delle labbra.

Il termine khoomei (pronunciato ho-méi, Хөөмей in cirillico) significa genericamente «gola» in tuvano, ma indica sia l’insieme delle tecniche di canto difonico sia uno stile specifico. Per coglierne l’essenza, nulla vale un concerto live di gruppi leggendari come Alash Ensemble, Chirgilchin, Tyva Kyzy o Huun Huur Tu, maestri contemporanei che mantengono viva una tradizione profondamente radicata nella vita quotidiana e spirituale del popolo tuvano.

La filosofia animista del khöömei Tuvano

Il khöömei Tuvano trascende la mera tecnica vocale: è una filosofia animista che celebra l’unità tra uomo, natura e cosmo. Per i Tuvani, «tutto ciò che ci circonda è musica». Il vento tra le rocce, il gorgoglio dei torrenti, il nitrito dei cavalli, il richiamo degli animali: ogni elemento naturale possiede una voce propria.

Il cantante diventa così un mediatore sonoro tra il mondo umano e quello degli spiriti (eezi), abitatori di montagne, fiumi e taiga. Il suono plurimo riflette questa visione cosmologica: la nota fondamentale rappresenta la terra, il corpo, il respiro; gli armonici evocano il cielo, lo spirito, l’invisibile; il possibile sub-armonico richiama le profondità della montagna, del sottosuolo, delle radici.

Cantare khoomei non è propriamente esibizione, ma elogio sonoro: un’offerta agli spiriti per ricevere protezione durante i viaggi, benedizione delle mandrie, armonia nei rituali sciamanici. È anche una forma di contemplazione personale, in cui il pastore, solo con il proprio paesaggio, si sintonizza con il territorio che lo circonda.

khoomei tuvano pastore

Tuva, la terra del popolo cantore

Tuva è una repubblica autonoma della Federazione Russa, di circa 170.000 km², collocata nella Siberia centro-meridionale, al confine con la Mongolia. È un territorio estremo: per oltre l’80% montuoso, con le catene dei Monti Sayan (che no, non sono collegate all’anime Dragonball, nonostante l’omonimia) e del Tannu Ola, che sfiorano i 4.000 metri; coperto da foreste di larici, betulle e pini siberiani; attraversato dal grande fiume Enisej, che nasce proprio in Tuva dall’unione di due sorgenti. La capitale Kyzyl è spesso citata come una delle città più isolate al mondo, con estati che raggiungono i +40°C e inverni a 40°C sotto zero.

Il popolo tuvano, circa 300.000 persone, appartiene al gruppo turcofono: discendente di antichi cacciatori e allevatori nomadi, ha vissuto a lungo in yurte, spostandosi con le mandrie di yak, cavalli e pecore. Nel corso dei secoli è stato sotto l’influenza di imperi turchi, mongoli e manciù, fino all’annessione definitiva alla sfera sovietica nel 1944.

Oggi i Tuvani sono in parte sedentarizzati, lavorano nell’allevamento, nell’agricoltura e nell’industria, ma conservano un forte sciamanesimo affiancato al buddismo tibetano. In questo contesto, il khoomei Tuvano rappresenta una sorta di spina dorsale sonora dell’identità nazionale, un tratto distintivo che ha resistito alle trasformazioni politiche e sociali. I Tuvani cantano per la natura perché sono figli della steppa e delle montagne: il pastore che intona khoomei Tuvano allieta gli spiriti che lo circondano e ringrazia gli antenati per aver trasmesso i canti alle generazioni successive.

Questa musica è sopravvissuta anche al periodo sovietico proprio perché radicata nella vita quotidiana: si canta nei banchetti, nelle corse di cavalli, nei tornei di lotta tradizionale, nelle veglie. Non si tratta di «folklore da palcoscenico», ma di parte viva della socialità e della spiritualità tuvana.

I tre stili del canto difonico tuvano

Le tecniche di canto difonico tuvano si articolano in tre stili principali, ciascuno legato a un paesaggio o a un elemento naturale specifico: il kargyraa è la voce della montagna e della steppa; il sygyt è il fischio del vento tra le rocce e degli uccelli; il khoomei Tuvano richiama il mormorio dell’acqua e il vento durante le cavalcate.

Khöömei

Lo khöömei (Хөөмей, pron. hòo mei) è sia il nome generico di tutte le tecniche, sia uno stile specifico: il timbro di base è imprescindibile per chi voglia praticare anche gli altri stili in modo tradizionale. Le corde vocali vere vibrano normalmente, mentre le false corde creano una particolare costrizione — a volte chiamata “khorekteer” — che produce il caratteristico timbro metallico, rendendo gli armonici estremamente nitidi.

La sfida iniziale è imparare a chiudere le false corde senza irrigidire inutilmente altri muscoli, lasciando le corde vere libere di vibrare. È necessario un buon controllo della respirazione e della pressione sottoglottica, così da poter eseguire la tecnica in sicurezza, senza sforzi lesivi.

“Nessuna tecnica vocale è di per sè dannosa, a patto che la si sappia eseguire correttamente.”

Le fondamentali usate più spesso si collocano tra Sol2 e Sol3 (circa 100/200 Hz). Le melodie vengono costruite su alcuni armonici selezionati, che disegnano una sorta di scala pentatonica maggiore: in particolare vengono amplificati gli armonici numero 6, 8, 9, 10, 12 e 13, mentre il settimo e l’undicesimo vengono esclusi poiché altererebbero l’atmosfera solenne e rilassata della pentatonica maggiore.

Sygyt

Il sygyt (Сыгыт, pron. s g t) è probabilmente lo stile più immediatamente riconoscibile, perché gli armonici emergono come un vero e proprio «flauto nella voce». La punta della lingua poggia contro il palato, mentre si modulano le vocali tra U e I, e il cantante seleziona ed enfatizza gli armonici pentatonici con estrema accuratezza. Chi ascolta per la prima volta il sygyt ha spesso l’impressione che ci sia uno strumento musicale, oltre alla voce umana.

Le fondamentali del sygyt sono leggermente più alte rispetto allo khöömei: generalmente attorno a Re3 e Mi3 per le voci gravi (circa 145/165 Hz) e Sol3 per le voci acute (circa 196 Hz). Il criterio principale, tuttavia, resta trovare un’altezza che permetta di amplificare chiaramente gli armonici almeno fino al dodicesimo. In Occidente una tecnica analoga, ma totalmente diversa nel timbro della nota fondamentale, viene chiamata «L technique»: senza costrizione delle false corde vocali, però, non è corretto parlare di sygyt.
Ecco quindi come suona il canto difonico ispirato dalla suddetta tecnica tuvana:

La selezione degli armonici avviene in modo identico a quello del sygyt tuvano, ma la fondamentale non è caratterizzata dall’intervento delle false corde. Un’altra variante consiste nel caricare il timbro con il “twang“, che consiste nel restringimento dello sfintere ariepiglottideo. Nemmeno qui le false corde intervengono ma il suono tende ad assomigliare a quello del sygyt tuvano e…pertanto, diventa facilissimo confondersi! Ecco i tre timbri a confronto:


Kargyraa

Il kargyraa (Каргыраа, pron. kar guh ràh) è la «voce della montagna»: un timbro profondo, cavernoso, spesso paragonato a un ruggito controllato. Qui le false corde vibrano in adduzione, producendo un sub-armonico un’ottava sotto la fondamentale delle corde vere, percepibile come un basso che armonizza un’ottava più in basso rispetto al cantante.

Esistono due sottostili principali: il Dag Kargyraa («montagna»), dal timbro di partenza neutro e simile al parlato, spesso intonato attorno a Do3 (130 Hz) con sub-ottava Do2 (65 Hz), parente stretto del Bassu del Canto a Tenore Sardo, pur lavorando quest’ultimo su altezze più alte e con funzione corale anziché solistica; il Khovu Kargyraa («steppa»), intonato su note leggermente più alte, mescola la vibrazione delle false corde alla costrizione timbrica del khöömei, rendendo il risultato sonoro secco e penetrante.

Negli ultimi decenni il kargyraa è praticato sempre più anche da donne, grazie a musiciste come Choduraa Tumat a Tuva e Zolzaya Damba in Mongolia, oltre a voci come quelle di Jackie Jannsens (Belgio) e Simona Manias (Sardegna).

Simona Manias e Giovanni Bortoluzzi

Differenza tra khöömei e kargyraa

La differenza tra khöömei e kargyraa non risiede soltanto nell’altezza e timbro della nota fondamentale, ma il meccanismo laringeo stesso: nel khöömei le false corde creano una costrizione che scolpisce gli armonici, rendendoli nitidi, con un effetto simile a un fischio, specialmente nel sygyt; nel kargyraa, invece, le false corde vibrano producendo un sub-armonico grave.
In condizioni acustiche favorevoli, come chiese e grotte, è possibile distinguere bene la sub-ottava prodotta dalle false corde, dalla voce di corde vere, e l’effetto è …sconvolgente.

Sottostili e abbellimenti

Accanto ai tre stili principali, la tradizione tuvana incorpora numerose varianti estetiche e ritmiche. Il borbangnadyr è un effetto ritmico ottenibile con movimenti rapidi di lingua e/o labbra, al fine di generare trilli e vibrati che richiamano il gorgoglio dei ruscelli o il vento tra le rocce. L’ezengileer invece riproduce il ritmo della cavalcata scandito dal rumore metallico delle staffe (il nome proprio deriva da “ezengi”, «staffa»). Tale effetto si ottiene attraverso l’apertura intermittente del velo palatino, che devia l’aria a tratti nelle cavità nasali, producendo un attacco timbrico nasale molto percussivo.

Il byrlang è una tecnica particolarmente affascinante: un vibrato muscolare semi-volontario del labbro superiore che enfatizza il secondo o terzo armonico mentre fondamentale e altri armonici restano stabili, dando vita a un vero canto tri-fonico.
Il dumchuktaar (da dumchuk, «naso») è simile al sygyt ma eseguito a bocca completamente chiusa, con aria e suono che escono solo dalle narici; tecnica resa celebre da Kongar-ool Ondar, anche combinata con il kargyraa nel cosiddetto Dumchuk-kargyraa.
Infine il chylandyk fonde kargyraa e sygyt in un suono ricchissimo di armonici, dove la sub-ottava apre a combinazioni quasi cromatiche tra armonici lontani, generando un paesaggio sonoro particolarmente denso.

Il khoomei Tuvano oggi

I primi cinque stili, khöömei, sygyt, kargyraa, borbangnadyr ed ezengileer, sono quelli codificati e utilizzati ufficialmente dall’orchestra nazionale di Tuva e dai gruppi di punta, come gli Alash Ensemble che vedete nella foto sotto. Nel mondo, tuttavia, la pratica del canto difonico sta generando nuove varianti: combinazioni sperimentali, utilizzi in contesti contemporanei come jazz, ambient e musica meditativa, adattamenti a sistemi musicali differenti.

khoomei tuvano

Parallelamente, queste evoluzioni sono il segno che il khoomei Tuvano tuvano è una tradizione viva e vitale, capace di conservare i propri stilemi anche al di fuori della sua terra nativa, rimanendo profondamente radicata nello stesso gesto originario: un essere umano che, di fronte al proprio paesaggio, lascia risuonare dentro di sé la voce della natura. Come in tutte le tradizioni, resta fondamentale la tutela della forma originaria, affinché non venga dimenticata. Oggi si può affermare che, grazie al numero sempre più elevato di praticanti appassionati in tutto il mondo, evoluzione e tradizione convivono in un equilibrio fruttuoso, nel reciproco rispetto e nella reciproca tutela.


Leggi anche l’articolo: Is AI the Future of Technology?

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    Giovanni Bortoluzzi

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