Le 3 principali tecniche di canto difonico occidentale

Sono tre, le principali tecniche con cui una voce umana può mettere in risalto le armoniche naturali. In un precedente...
le tre principali tecniche

Sono tre, le principali tecniche con cui una voce umana può mettere in risalto le armoniche naturali. In un precedente articolo ho parlato di Khöömei, l’antica arte tramandata oralmente nella repubblica di Tuva, e diffusa anche nella regione Altaica ed in Mongolia. In questo articolo parleremo delle tre tecniche di canto difonico occidentale, ovvero quelle che si sono sviluppate in occidente a fine ‘900, analizzandole accuratamente. Personalmente ritengo che il Canto Difonico, nel 900, sia stato troppo “sperimentato” e troppo poco studiato: le tecniche più solide esistono da secoli nelle regioni del centro Asia e pertanto sono — e dovrebbero essere — la fonte di ispirazione maggiore, altre invece sono emerse, probabilmente, in modo pressoché autonomo. L’esempio migliore lo abbiamo avuto con il cantante texano Arthur Miles che, nel suo brano del 1929 “Lonely Cowboy“, esegue una melodia difonica con una tecnica simile, ma non riscontrabile nel canto khöömei. Altre sperimentazioni, specie quelle a partire dagli anni 60, si allontanano molto dal concetto di difonia melodica, e portando così il canto difonico in una dimensione rilegata all’utilizzo timbrico degli armonici, sacrificando tutte le potenzialità che gli armonici offrono. Come fare quindi a distinguere una tecnica difonica tradizionale, da quelle definite “occidentali”? E come riconoscere se una sperimentazione va nella direzione difonica?



Nel 2019 ho collaborato con un team di medici, proprio per studiare nel dettaglio ciò che avviene nel tratto vocale mentre si amplificano gli armonici con le tecniche che ad oggi chiamiamo “L”, “J” e “NG” (termini coniati da Wolfgang Saus).
Grazie al foniatra dr. Alfonso Gianluca Gucciardo, al radiologo dr. Filippo Barbiera, ed al radiologo Bruno Murmura, ho passato un bel po’ di tempo all’interno della MRI (risonanza magnetica in tempo reale), ed anche in laringostroboscopia, ottenendo ottime immagini, che confermarono quanto si sospettava accadesse nel tratto vocale durante le suddette tecniche difoniche, per quanto riguarda il movimento e postura della lingua, oltre che per quanto riguarda il ruolo del velo palatino, pubblicando poi i risultati nel 2020 su “The Journal Of Voice”. L’obiettivo è stato quello di vedere come un solo armonico viene selezionato e amplificato, mentre gli altri armonici diminuiscono di volume. Questo fenomeno è chiamato “sintesi sottrattiva”.
Ecco, quindi, come si presentano, e come suonano le principali tecniche difoniche!

canto difonico occidentale

In questo video è possibile sentire gli armonici che vengono selezionati melodicamente con le tre tecniche sopraindicate.

Vedremo nel prossimo paragrafo ognuna di queste tecniche difoniche, descritte nel dettaglio.



CANTO DIFONICO OCCIDENTALE: TECNICA DELLA L (o doppia cavità)


La tecnica in assoluto più efficace per produrre armonici distinguibili sopra al suono fondamentale, simile al sygyt Tuvano, ma distinguendosi da esso prima di tutto per l’assenza di costrizione a livello delle false corde vocali, o “sovracorde” (non si può infatti parlare di Sygyt senza timbro khöömei!). Osservate questo mio video in cui eseguo la tecnica L in tre modi diversi: canto difonico occidentale a sinistra, al centro una via di mezzo… e a destra il sygyt tuvano tradizionale.


Il fonema corrisponde ad una “L” velare, anziché palatale, dalla quale differisce per la posizione lievemente retroflessa della punta della lingua che va, appunto, in direzione del velo. L’amplificazione dell’armonico avviene interamente nella cavità orale, infatti si può notare come il velo palatino sia completamente serrato. Nello studio ho eseguito anche l’apertura chiusura intermittente del velo palatino (nota come “ezengileer” nel canto tuvano), seppur su timbro rilassato della fondamentale, osservando che tale movimento può avvenire indipendentemente dal movimento della lingua, dato che quest’ultimo è occupato totalmente nella selezione degli armonici.

CANTO DIFONICO OCCIDENTALE: TECNICA “J” (o singola-cavità)

Sfruttando bene la risonanza, ed utilizzando le vocali strette, comprese tra la ï e la ü, si ottiene un armonico penetrante, amplificato dalla posizione sollevata del dorso della lingua, che si avvicina al palato senza toccarlo. Questa tecnica limita i melismi e gli accenti rispetto alla tecnica della L, che conferisce maggiore libertà nei movimenti all’esecutore, specialmente quando si tratta di vocali cantate “normalmente”, consentendo quindi una transizione molto fluida da suono vocalico a… suono armonico.
Ecco qui di seguito un estratto di un documentario su Demetrio Stratos (1945-1979), mentre esegue il brano “cometa rossa“.
Durante l’esecuzione in voce solo, Demetrio passa alla tecnica J amplificando gli armonici numero 3, 4 e 5, per poi tornare al timbro cantato.





CANTO DIFONICO OCCIDENTALE: TECNICA NG

Ben nota perché spesso utilizzata dal cantante Demetrio Stratos, il quale la chiamava “goccia”; è una tecnica molto semplice che sfrutta il fonema “NG” di “tango”, mantenendo la nasalizzazione dopo il suono “G”. L’armonico si articola contemporaneamente tra la cavità orale e quella nasale, attraversate dall’aria grazie all’apertura del velo palatino ed alla posizione arretrata della lingua. Probabilmente, si tratta della tecnica di canto difonico occidentale più definibile come tale, in quanto sembra non appaia in nessun’altra cultura nel mondo.

Si sospetta che tali tecniche non funzionino semplicemente grazie ad un filtraggio delle armoniche non desiderate, da cui parte un mito secondo cui, per amplificare gli armonici, è necessario “sopprimere” la fondamentale. Questo non è del tutto sbagliato, nel senso che una riduzione delle armoniche desiderate può dare l’impressione che la fondamentale in qualche modo sparisca, ma ciò è dovuto ad un effetto percepito nelle registrazioni audio, specie in quelle vecchie, dei cantanti tuvani e mongoli. Dal vivo, ad onor del vero, la fondamentale si percepisce bene, nonostante gli armonici siano ben più chiari ed evidenti.

Un ulteriore aspetto da considerare per comprendere il funzionamento di queste tecniche è il fenomeno della risonanza di Helmholtz, applicabile anche al tratto vocale. In termini semplici, quando una cavità (come la bocca o la combinazione bocca–faringe) assume una determinata forma e volume, tende ad amplificare selettivamente una specifica frequenza. Nel canto difonico occidentale ed orientale, la lingua e il velo palatino modulano la geometria del tratto vocale creando vere e proprie “cavità risonanti” accordate su uno degli armonici della voce.

Questo spiega perché un singolo armonico possa emergere in modo così netto rispetto agli altri: non viene prodotto in modo indipendente, ma semplicemente amplificato in maniera molto più efficiente rispetto agli armonici circostanti, che rimangono presenti ma non rinforzati dalla risonanza.

CANTO DIFONICO OCCIDENTALE: CANTO DIFONICO MULTITONALE (Polyphonic Overtone Singing)


Sviluppato alla fine del XX° secolo dal cantante Wolfgang Saus, questo tipo di canto è l’emblema del CANTO DIFONICO OCCIDENTALE. Consiste nel muovere sia gli armonici che le relative fondamentali in modo melodico, al fine di eseguire melodie che richiedono un numero maggiore di note musicali, rispetto a quelle messe a disposizione da una sola fondamentale.
La tecnica preferita è la L (in passato chiamata anche “doppia cavità”), in quanto permette un maggiore numero di armonici controllabili, rispetto alle tecniche J ed NG.
Walter Mantovani , cantante e ricercatore Torinese, ne è attualmente l’esponente italiano più esperto.


Va detto che una forma di polifonia con armonici è parte della tradizione africana delle tribù Xhosa, tra le donne che cantano nello stile tradizionale Umngqokolo: qui la melodia viene prodotta dagli armonici generati da due fondamentali cantate ad intervallo di un tono, con timbro gutturale. Questo stile di canto può aver influenzato il canto difonico multitonale, dato che i primi studi etnomusicologici risalgono agli anni 80, e il canto difonico politonale ha preso piede negli anni 90, per poi diventare virale grazie a un video di Anna-Maria Hefele (allieva di Wolfgang Saus) nel 2015.

STROHBASS (Vocal Fry intonato)


Non si tratta propriamente di CANTO DIFONICO OCCIDENTALE, è pur vero però che è molto diffusa in occidente, specialmente per la popolarità raggiunta dai canti-preghiera dei monaci tibetani, che ne fa largo uso. Questo Strohbass ha un suono molto simile al basso falsocordale (kargyraa). Tuttavia, come dimostrò Wolfgang Saus, Kargyraa e Strohbass sono due tecniche molto diverse!
Lo strohbass (tradotto dal tedesco “stroh” = paglia e “bass” = basso) è una tecnica che permette di cantare note molto gravi e molto al di sotto della propria estensione vocale. Di fatto, è quel che tutti conosciamo come “vocal fry” (o meccanismo 0): le corde vocali sono lasse, rilassate e vibrano irregolarmente, producendo un tono un’ottava sotto al tono di partenza. Con l’esercizio ed il controllo della risonanza, queste note gravi possono acquisire un volume considerevole.
È spesso capitato di confondere questa tecnica con il kargyraa Tuvano, poiché le note utilizzate sono simili. Un ascolto attento permetterà di notare molte differenze tra le due, soprattutto in termini di volume e ricchezza di armonici: la differenza a livello anatomico, come abbiamo potuto osservare in laringostroboscopia ed elettroglottografia, nel kargyraa sta nell’utilizzo delle false corde vocali in tandem con le corde vocali vere, ad intervallo di ottava, imprescindibile nella tradizione Tuvana (e sarda, per quanto riguarda “su bassu” nel Canto a Tenore). Nello strohbass, invece, non c’è vibrazione delle false corde, sebbene sia stato osservato del movimento da parte di esse, senza però una conseguente produzione di suono. Alcuni monaci Tibetani dell’ordine Gyuto utilizzano questa tecnica nei loro Mantra.




CONCLUSIONI!

Queste erano le principali tecniche di CANTO DIFONICO OCCIDENTALE, sviluppatesi negli ultimi decenni. Conoscere ed ascoltare le varie tecniche aiuta a sviluppare un orecchio in grado di distinguere le mille sfumature del canto difonico, e soprattutto a rendersi conto quando c’è una melodia di armonici, o quando viene usato un timbro della fondamentale “pulito” o “gutturale”.
Eccovi ora un mio video in cui compaiono vari tipi di tecniche sia di canto difonico occidentale, che orientale.



Analogamente a quanto detto per lo khöömei Tuvano, è fuori dubbio che esistano altre varianti di CANTO DIFONICO OCCIDENTALE, oltre a quelle menzionate e, probabilmente, proprio ora qualcuno sta sperimentando una nuova tecnica,
magari voi stessi dopo aver letto questo articolo?


Alla prossima!

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    Giovanni Bortoluzzi

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